Scritto lunedì 01 aprile 2013

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Quaranta Anni Dopo

I limiti dello sviluppo, quarant’anni dopo.
Come noto, “I Limiti dello Sviluppo” è un famoso rapporto pubblicato ad opera del Club di Roma nell’anno 1971, per iniziativa di Aurelio Peccei e Jay W. Forrester. Sono co-autori del volume Donella e Dennis Meadows, e Jorgen Randers.
Non si possono negare a “I Limiti dello Sviluppo” almeno questi pregi:
– avere attirato l’attenzione sulla gravità del problema della sovrappopolazione;
– avere diffuso il concetto di crescita esponenziale;
– avere esaminato il problema con un metodo abbastanza accettato.
Il rapporto era stato impostato schematizzando il sistema mondiale in cinque grandezze: la popolazione umana, le risorse naturali, gli alimenti, l’inquinamento e la produzione industriale. Erano poi stati analizzati i tipi di interazione fra queste grandezze su scala mondiale e si erano fatte delle proiezioni sul futuro estrapolando gli andamenti delle cinque grandezze dall’inizio dell’éra industriale. Trattandosi di proiezioni, si supponeva di non modificare le interazioni fra le grandezze, cioè si ipotizzava che non cambiasse il modo di vivere e di pensare della cultura dominante.
Quindi non si facevano previsioni, ma venivano ricavati dodici diagrammi di proiezione con diversi scenari basati su varie ipotesi. Il primo dei diagrammi era quello che partiva dall’idea semplificativa di procedere nel tempo avendo a disposizione le risorse già note nel 1971, ipotesi che – ovviamente – non si è verificata. Ma il risultato più interessante di quello studio è stata la constatazione che quasi tutte le altre ipotesi, che aumentavano le risorse a disposizione anche in modo considerevole o portavano alcune variazioni “ottimistiche” alle altre grandezze, si concludevano con l’”impazzimento” dei rispettivi diagrammi in un arco di tempo che andava circa dal 2020 al 2080, a seconda del caso in esame. Anche l’ipotesi di continuare a disporre di nuove risorse (risorse infinite) aveva come conseguenza il collasso del sistema, perché l’inquinamento assume valori altissimi, sempre senza alterare il modo di interagire delle cinque grandezze (modo di vita), cioè continuando con il cosiddetto BAU (business as usual).
Solo due dei diagrammi esaminati rappresentavano, dopo un certo tempo, un andamento stazionario delle cinque grandezze, ma entrambi richiedevano come condizione necessaria la stabilizzazione della popolazione mondiale attorno all’anno 1975 (fra 3 e 4 miliardi) cosa che notoriamente non si è verificata.
I due aggiornamenti del rapporto (1993 e 2006), che mettevano in evidenza il peggioramento della situazione rispetto alla prima pubblicazione del 1971, sono stati completamente ignorati. Comunque, se tracciamo una retta verticale in corrispondenza del 2013 sul primo diagramma di proiezione del rapporto del 1971, si ottiene la situazione attuale, dopo 42 anni!! Le risorse sono in netta diminuzione, popolazione e inquinamento aumentano e continueranno ad aumentare ancora per alcuni anni, prodotto industriale e alimenti hanno appena superato il picco e iniziato la discesa.
Oggi decine di migliaia di esseri umani si spostano con viaggi allucinanti, cinquanta milioni di bambini all’anno muoiono di fame, oltre metà delle foreste del Pianeta sono state abbattute, il ritmo di estinzione di specie ed ecosistemi è diecimila volte quello naturale, i rifiuti invadono la Terra, l’acqua dolce scarseggia in molte parti del mondo, la degradazione di interi continenti è evidente. Si va verso la fine di ogni diversità culturale e biologica, su cui si basa la capacità omeostatica della Terra.
Se non si arresta la crescita di popolazione e consumi, siamo soltanto nella fase iniziale del processo. Eppure, in questa situazione, c’è chi continua ad invocare la crescita, diffondendo l’illusione che si possa risolvere il problema soltanto con provvedimenti locali.
E’ ora di rendersi conto che dobbiamo vivere in condizioni stazionarie, perché questo è l’unico modo di funzionare della Biosfera, cioè dell’Organismo di cui facciamo parte. Questo si può vedere anche partendo dalla teoria dei sistemi, come evidenziato nel libro “Assalto al Pianeta”, di Pignatti e Trezza (Ed. Bollati Boringhieri, 2000), in cui si dimostra che il problema non è causato semplicemente dalla scarsità di risorse, ma ha radici più profonde, legate al modo di procedere del sistema economico, che dipende da un’unica variabile (il denaro) e non può integrarsi in un sistema complesso con grandissimo numero di variabili. Sono necessarie modifiche profonde, di tipo culturale. Non si tratta affatto di una fine del mondo, ma del cambiamento radicale di una forma di pensiero: è solo la fine di questo mondo, che tutto sommato non è neanche tanto entusiasmante.

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Informazioni sull'Autore

Guido Dalla Casa


Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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