Scritto lunedì 01 maggio 2017

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22 Aprile, Giornata della Terra: ma cosa manca all’ecologia green di oggi?

La Giornata della Terra è una manifestazione ambientale istituita nel 1970, una giornata in cui tutti i cittadini del mondo dovrebbero unirsi per rispettare la Terra e promuoverne la salvaguardia. Governi, istituzioni e gruppi ecologisti cercano di sensibilizzare la popolazione sull’inquinamento di aria, acqua e suolo, sulla distruzione degli ecosistemi, sull’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali e sull’esaurimento delle risorse, tutti effetti dell’attività umana. E’ stata celebrata il 22 aprile scorso.

Earth Day Italia, in accordo con il Ministero dell’Ambiente, ha incentrato le celebrazioni della 47a Giornata Mondiale della Terra sul tema dell’educazione ambientale favorendo  l’incontro tra la scuola e le offerte formative promosse da istituzioni e organizzazioni.

Si può agire in molti ambiti per migliorare le attuali attività a livello mondiale o locale: dal riciclo dei materiali alla fine dell’impiego di  petrolio, carbone e gas (che dovrebbero restare sotto terra), dal divieto di produrre e utilizzare molti prodotti chimici alla cessazione della distruzione di habitat fondamentali come i boschi, le paludi e gli ambienti marini.

Cosa Manca?

La Giornata e le iniziative collegate hanno avuto il grande pregio di tenere viva l’attenzione sulla situazione del Pianeta e sull’enorme importanza del problema globale, ma c’è qualcosa che manca: un sottofondo di pensiero che colleghi il tutto. Inoltre non sono state messe in evidenza le cause profonde che hanno provocato e continuano a provocare il disastro ecologico:

  • La spaventosa sovrappopolazione che affligge la Terra (7.3 miliardi di umani con un aumento di ben 90 milioni all’anno);
  • L’eccesso di consumi che distrugge la Vita;
  • I gravi danni al Pianeta causati dal ciclo della carne.

E’ mancata una vera raccomandazione a ridurre drasticamente tutti i consumi, non solo quelli energetici. Sembra quasi che si voglia trasmettere il messaggio di “colorare di verde” il mondo attuale (economia green), non di cambiare drasticamente il sistema.

Manca la percezione che la causa prima del problema è la crescita economica, che sostituisce materia inerte (strade, costruzioni, impianti) a sostanza vivente (foreste, praterie, barriere coralline, paludi): pretende di “rifare il mondo”.

 La civiltà industriale, nata circa due secoli fa ma che ha manifestato la sua natura distruttiva solo da un secolo (dato che procede con legge esponenziale), sta per finire perché è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte.

Qualunque discorso serio sul prossimo futuro dovrebbe iniziare così: “Il modello culturale umano denominato civiltà industriale, fondato sull’incremento indefinito dei beni materiali ed espressione attuale della cultura occidentale, è fallito. Dobbiamo gestire il transitorio verso modelli completamente diversi riducendo il più possibile gli eventi traumatici, che sembrano ormai inevitabili.” (vedere anche il “Manifesto per la Terra” di Mosquin e Rowe – www.ecospherics.net)

Forse c’è una grande difficoltà a trattare l’argomento con queste premesse, ma è soltanto perché ogni modello culturale è incapace di concepire la propria fine.

 Il primato dell’economico deve assolutamente finire.

Un grosso aiuto può venire da un pensiero appena nascente che comprende diversi movimenti, anche se numericamente poco rilevanti (se presi singolarmente): l’Ecologia Profonda, gli studi sulla mente animale, la mente estesa, l’Ecopsicologia, lo studio delle culture native e orientali antiche, il miglioramento dei rapporti con gli altri esseri senzienti (fino a pervenire a forme di simbiosi), la critica alla civiltà, e così via.

Anche la definizione classica della sostenibilità (un processo sarebbe sostenibile se “i nostri discendenti” non ne hanno un danno) va modificato, ad esempio con l’espressione seguente: “L’andamento di un sistema è sostenibile se può durare a tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile l’evoluzione del sistema più grande di cui fa parte”. Tale definizione è priva di riferimenti antropocentrici e tiene conto della vita (o del funzionamento) dell’Ecosfera. Non guasterebbe poi un sottofondo con qualche riferimento di tipo spirituale, sintetizzabile con questa citazione dell’astrofisico canadese Hubert Reeves:

 “L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile, senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando”.         

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Informazioni sull'Autore

Guido Dalla Casa


Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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