Scritto martedì 03 dicembre 2013

In: Miti, Tradizioni e Simbologie | Nessun Commento

Il Mito dell’ Isola Vivente

(di  Massimo Centini)

Il mito dell’isola che non è materia geologica, ma creatura appartenente al regno animale, costituisce un leitmotiv di quella tradizione cosmogonica che identifica l’universo come un essere vivente, spesso antropomorfo.

Guardando esclusivamente al mare, incontriamo una tra le più significative espressioni della cosmogonia mitica nella cosiddetta isola vivente. In estrema sintesi si tratta di un essere che gli uomini credono un’isola: dopo esservi sbarcati si accorgono però che in realtà si tratta di un grosso pesce o cetaceo, dal quale devono allontanarsi rapidamente per evitare di sprofondare con esso. Nelle mitologie troviamo una nutrita serie di creature marine mostruose che rientrano nella categoria delle isole viventi.

Ne ricordiamo alcune: nel Mare del Nord vi sarebbero l’Aspidochelone (parola composta dalle parole aspis serpente e chelone, tartaruga) e l’Hafgufe; l’Oceano Atlantico sarebbe l’habitat del Lacovie, pesce-isola di molte leggende, mentre la mitologia persiana conserva la tradizione del pesce-isola chiamato Srvara; analogie a questo modello geo-zoomorfo sono presenti nello Namazu, il serpente marino gigante che nella mitologia giapponese è considerato l’origine degli tsunami; nella mitologia scandinava incontriamo lo Soekrabbe, una gigantesca creatura che, secondo un rapporto (1697) presentato dal naturalista tedesco Christian Franz Paulinus ai membri dell’“Academia Naturae Curiosorum”, avrebbe l’aspetto di un crostaceo di dimensioni tali da consentire, sul suo dorso, “le manovre di un intero reggimento”.

In alcune cronache medievali si incontra il Fastilocalòn, mostro marino che galleggiava sulle onde ingannando i marinai che lo credevano un’isola. Izzi chiarisce: “Del resto l’omologia pesce-isola rappresenta una costante nella mitologia; lo stesso mondo è spesso paragonato ad un’isola al centro dell’Oceano, le tribù delle Woodlands orientali definiscono il mondo proprio con la parola isola; e sappiamo che in numerose mitologie dell’Oceania le varie isole vengono pescate dal fondo del mare dall’eroe Maui. Non è perciò inaspettato il fatto che a un certo punto si sia arrivati a identificare totalmente le isole con degli esseri viventi. È chiaro che a ciò ha dato un suo contributo anche lo stupore che doveva ingenerare la dimensione stupefacente di certi abitatori del mare (sia pure non pesci) come le balene o i calamari giganti” 1.

Nel Fisiologo (II-IV secolo) l’autore effettuò un’operazione di razionalizzazione ponendo in evidenza che il mito dell’isola vivente aveva la sua origine in un’errata interpretazione da parte dei marinai, dovuta alla scarsa conoscenza dei grandi cetacei: “Essa è di proporzioni enormi, simili a un’isola: ignorandolo i naviganti legano a essa le loro navi come in un’isola, vi piantano le ancore e gli arpioni; quindi vi fanno fuoco sopra, per cuocervi qualcosa: ma non appena essa sente il caldo si immerge negli abissi marini e vi trascina le navi”.

Si tratta certamente di un’interpretazione ancora intrisa di fantasia, ma che comunque tentava di correlare il mito a un’origine per così dire “naturale”, lontana dai riverberi della fantasia dei naviganti. A margine ricordiamo che il mito della balena/isola converge in direzione della tradizione letteraria caratterizzante la moderna fantascienza. Nelle numerose descrizioni l’isola vivente assume forme diverse, l’elemento animale può essere costituito da un pesce, una balena o, più raramente, da una tartaruga. Buzurg ibn Shahriyàr Ram’Hurmuzi, capitano di una nave mercantile persiana, nel suo Il Libro delle meraviglie dell’India, in cui narra mezzo secolo dei suoi viaggi (900-953), ci offre questa descrizione: “Avvistai di prua qualcosa che rassomigliava a un’isola. Accostai e la raggiunsi in un attimo, ma quella mi colpì: era una bestia marina sconosciuta. Non appena si accorse della nave, la colpì mandandola in pezzi”.

Nella mitologia norrenica (la Saga di Örvar-Odds e il Konungs skuggsjá) quella strana creatura simile a un’isola vivente, è chiamata Zaratan ed è stata un modello utilizzato in tutta una serie di riadattamenti della leggenda (2). Comunque, anche se la tradizione nordica ha contribuito a diffondere l’immagine di questa mostruosa creatura, va osservato che essa era già presente nel mondo antico: per esempio, Plinio il Vecchio, nella Naturalis historia (3) descrive un grande pesce, il Pristis, sul quale sbarcarono alcuni marinai, i quali si accorsero della vera natura del mostro solo quando esso si immerse. Anche Isidoro di Siviglia, nella sua Etimologia, si sofferma su questa creatura (4), che è indubbiamente un ottimo simbolo adatto per visualizzare nitidamente la potenza della natura e la miopia prodotta dall’antropocentrismo degli uomini. Conrad Gesner, nel suo De Piscium (1587) si riferisce al pesce-isola, avendo come riferimento la solita leggenda e indicando nella creatura mostruosa una balena. Nel Primo viaggio di Sindbad il marinaio (VIII-X secolo), che pur riprendendo l’esperienza dei navigatori dell’Oceano Indiano, con le loro raccolte di mirabilia, risente dell’influenza dell’Odissea di Omero, troviamo questa descrizione: “Questa non è un’isola, bensì una gigantesca balena che galleggia nel mare, sul cui dorso si è posata la sabbia e sono cresciuti gli alberi, fin dall’inizio dei tempi! Quando avete acceso il fuoco (i marinai che su essa erano sbarcati, n.d.a.) ha avvertito il calore e si è mossa. Fate presto, vi dico, prima che la balena sprofondi nel mare e finiate tutti affogati”.

In un’opera coeva, il Libro degli Animali dello zoologo arabo Al-Jahiz, il tema si ripete seguendo sostanzialmente gli identici topoi: “Per quanto concerne lo Zaratan, non ho mai incontrato nessuno che l’abbia visto con i propri occhi. Ci sono marinai che asseriscono di essersi spinti verso certe isole, vedendo valli boscose e spaccature nella roccia, e di essere sbarcati per accendere un gran fuoco; e che quando il calore delle fiamme ebbe raggiungo la spina dorsale dello Zaratan, questo abbia iniziato a immergersi nell’acqua con loro sopra di lui, e con tutte le piante che vi crescevano, fino a che solo quelli capaci di nuotare furono in grado di salvarsi. Questo supera persino la più coraggiosa e fantasiosa delle finzioni” (5).

Nell’opera Meraviglie delle cose create e fatti miracolosi delle cose esistenti, il geografo arabo Al-Qazwiní (1203-1283) ci descrive anche una tartaruga così grande da sembrare un’isola: “Scoprimmo nel mare un’isola che si ergeva alta sull’acqua, con verdi piante e sbarcammo; e in terra scavammo buche per cucinare e l’isola si mosse, e i marinai dissero: Andiamo via, perché è una tartaruga e il calore del fuoco l’ha svegliata e può perderci”.

Ettore Bravetta nel suo libro, piccolo ma ricchissimo di notizie, Le leggende del mare e le superstizioni dei marinai (1908), aggiunge che alcune cronache arabe coeve ad Al-Qazwiní riferiscono che la terra accumulata dal tempo sul dorso di queste tartarughe era “sufficiente a nutrire le piante” (6).

Ludovico Ariosto (1474-1533), nell’Orlando furioso, utilizza il mito della balena-isola per vivacizzare le avventure per mare descritte nel VI Canto: “Veggiamo una balena, la maggiore, che mai per tutto il mare veduta fosse; undeci passi e più dimostra fuore de l’onde salse le spallaccie groisse. Caschiamo tutti insieme in uno erroe Perch’era sia una isoletta ci credemo, così distante ha l’un da l’altro estremo” (7).

Nelle numerose versioni della leggenda sul pesce/balena-isola, questa creatura risulta prevalentemente indifferente agli uomini, si limita a immergersi senza aggredire i malcapitati marinai; solo in pochi casi il suo comportamento sarebbe alimentato dalla volontà di colpire l’uomo: “Nel bestiario anglosassone del codice Exeter, la pericolosa isola è una balena astuta nel male, che inganna deliberatamente gli uomini. Questi si accampano sul suo dorso, per riposarsi dalle fatiche del mare; tutt’a un tratto l’Ospite dell’Oceano s’immerge, e i marinai affogano. Nel bestiario greco la balena rappresenta la meretrice dei Proverbi (i suoi piedi scendono alla morte, e i suoi passi fanno capo all’inferno), nel bestiario anglosassone il Diavolo e il Male, quest’ultimo valore simbolico lo riacquisterà in Moby Dick, dieci secoli dopo” (8).

In tutte le versioni, variabilmente distribuite nel tempo e nello spazio, risulta comunque chiaro che il mito dell’isola vivente è strutturato su pochi essenziali elementi: – un pesce (un cetaceo, più raramente una tartaruga o un generico essere mostruoso) di dimensioni enormi viene confuso con un’isola; – sul dorso dell’animale vi possono essere elementi vegetali (alberi e addirittura una foresta); – gli uomini si accorgono che non si tratta di un’isola ma di un animale quando accendono il fuoco; – indispensabile la fuga dall’isola-pesce per evitare di sprofondare nel mare; – il mostro non risulta quasi mai violento nei confronti degli uomini.

In qualche caso, l’animale che viene confuso con un’isola è indicato come il kraken, che però, nella maggioranza delle descrizioni, è sostanzialmente affine a una grande piovra, o a un gigantesco calamaro. Si racconta infatti che “Erico Falkendorf, vescovo di Nidros, nel 1520 scrisse una lettera a Leone X, informandolo di aver celebrato la messa a un altare eretto sulla schiena di un kraken, il quale rimase pazientemente immobile durante la funzione e si profondò solo quando il celebrante e gli assistenti ebbero fatto ritorno alla nave. Probabilmente il bugiardo vescovo si vantò di un’impresa che la leggenda attribuisce a san Maclodio” (9).

L’accensione del fuoco sul dorso della balena-isola attesta la superiorità dell’uomo sull’animale, l’unico della specie che è appunto in grado di controllare la fonte di energia rivelatasi fondamentale per il nostro sviluppo culturale; la celebrazione della messa sul kraken attesta la vittoria del Verbo sulle forze della natura, che la religione pagana aveva eletto come propria divinità. La preghiera sul dorso del mostro come pratica esorcistica, è presente nella Navigatio sancti Brendani (composta in latino da un autore ignoto, probabilmente un ecclesiastico irlandese, nel IX-X secolo).

Brennan Mac Hua Alta, questo il nome storico di san Brandano, nacque intorno al 484 a Tragh Li, l’attuale città di Tralee; giovanissimo si diede all’attività monastica, compiendo numerosi pellegrinaggi via mare: andò in Scozia, Galles, Bretagna, nelle isole Orkney e nelle Shetland. Il suo nome è legato alla fondazione di numerosi monasteri, tra i quali quello di Clonfert, da cui ebbe inizio il mitico viaggio narrato nella Navigatio. Alla fine della sua vita, l’eco dei suoi viaggi divenne dominio della tradizione folklorica, ammantandosi con i toni della leggenda cristiano-celtica e spesso perdendo ogni contatto con la realtà storica a cui quei viaggi comunque appartenevano. E così nella Navigatio sancti Brendani sono presenti elementi narrativi e leggendari che provengono da tradizioni letterarie molteplici, il cui punto di riferimento è da ricercare negli Imram. Si tratta di resoconti di viaggi per mare, compiuti nella prevalenza dei casi da personaggi mitici ed eroi: questo particolarissimo genere può certamente aver influito nella composizione della Navigatio, che in effetti fa di san Brandano una sorta di eroe della fede, un Ulisse cristiano che tra mille prove e pericoli cerca la luce divina. Nel testo si trovano elementi che provengono dall’Apocalisse di Giovanni e con ogni probabilità dagli itinerari medievali a uso dei pellegrini che andavano in Terra Santa, gli Itinera Hierosolymitana.

Ci sono poi immagini che provengono dal mondo classico e che possono avere una radice nell’Eneide e nell’Odissea 10. Il tutto è mantenuto vivo da un profondo e continuo rimando all’universo dell’immaginario medievale, che con le sue figure, i suoi luoghi e i suoi mostri, costituisce la parte narrativa più affascinante di un’opera degna di essere conosciuta.

Nel X capitolo della Navigatio si narra che il santo giunse con la sua nave su un’isola sassosa: nel corso della notte, mentre i frati pregavano, Brandano “si era reso conto di che isola si trattava, ma non voleva riferirlo agli altri per non terrorizzarli. Spuntato il mattino, ordinò a ognuno dei sacerdoti di cantar messa, e così fecero”. Alla fine delle pratiche religiose, mentre l’equipaggio era in procinto di salare la carne di pesce portata sull’isola, il fuoco sul quale bollivano le pentole indusse l’isola/pesce a muoversi, determinando lo scompiglio tra i religiosi e così “abbandonarono l’intero carico sull’isola e si misero a remare. Quando furono alla distanza di due miglia, Brandano rassicurò i confratelli: «Figlioli, non vi spaventate. Questa notte Dio mi ha rivelato il mistero in una visione: non è un’isola, quella dove siamo stati, ma un pesce. È la più grande di tutte le creature che vivono nell’oceano. Tenta sempre di toccarsi la coda con la testa, ma non vi riesce per l’eccessiva lunghezza. Si chiama Jasconius»” (11).

Alberto Magnani chiarisce: “Il nome attribuito alla balena deriva dalla voce irlandese iasc, cioè pesce. Il divertente episodio è del tutto simile a quello descritto ne I viaggi di Sindbad il marinaio, ove l’esito è però più drammatico (…) Non è infine da escludere la possibilità che l’idea sia stata suggerita da esperienze reali: racconti di marinai riferiscono di balene apparentemente morte in mezzo al mare, che si rianimavano all’avvicinarsi dei pescatori” (12).

Anche Olao Magno, nella sua opera più famosa Historia de gentibus septentrionalibus, fa spesso riferimento alle balene – che dimostra di conoscere bene – descrivendole in modo realistico, mentre in altre occasioni le confonde con generici mostri marini, accomunandoli così ad altre creature di specie sconosciuta.

Per quanto riguarda la possibilità che una creatura marina potesse essere confusa con un’isola, Olao Magno ci ricorda che: “San Gerolamo afferma che i cetacei e le testuggini sono così grandi che le navi vi si possono ancorare come su di un’isola”; poi prosegue la sua descrizione riportando la vicenda che ebbe per protagonista san Brandano. Secondo Eric Pontoppidan,vescovo di Bergen che nel 1752 pubblicò la Storia naturale della Norvegia, “le isole galleggianti sono sempre kraken”, cioè un mostro marino in genere rappresentato come una gigantesca piovra. Inoltre aggiunge: “Questo terrificante mostro era talmente grande da poter essere scambiato per un’isola quando dormiva in superficie. Si narra di pescatori norvegesi che vi sbarcarono ed ebbero l’infelice idea di accendere un fuoco; il mostro si risvegliò e si immerse, trascinando i pescatori nell’abisso”.

Autore: Massimo Centini

Titolo Originale: L’isola vivente (dal GdM 497 di Agosto-Settembre 2013)

Note:

1 M. Izzi, Il dizionario illustrato dei mostri, L’Airone, Roma 1989, p. 182. 2 J. L. Borges, Manuale di zoologia fantastica, Einaudi, Torino 1962, pp. 157-158. 3 Plinio il Vecchio, Naturalis historia, IX, 4. 4 Isidoro di Siviglia, Etymologiae, XII, 6. 5 Al-Jahiz, Libro degli animali, Qualecultura, Vibo Valentia 2008. 6 E. Bravetta, Le leggende del mare e le superstizioni dei marinai, Milano 1908. 7 L. Ariosto, Orlando furioso, canto VI, stanza 37: Ch’ella sia una isoletta ci credemo. 8 J. L. Borges, op. cit., p. 158. 9 A. Landrin, Les Monstres Marins, Hachette, Parigi 1877. 10 La navigazione di San Brandano fu tradotta nel corso dei secoli in varie lingue; è indicata tra le fonti di ispirazione della Divina Commedia, soprattutto per quanto riguarda la demonologia dantesca. Nel medioevo circolavano numerose versioni: la più antica sembrerebbe essere quella in anglonormanno del monaco Benedeit (1120). 11 La navigazione di San Brandano, a cura di A. Magnani, Palermo 1992, pp. 53-54. 12 Idem, p. 118.

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