Scritto martedì 16 gennaio 2018

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Dal paradigma Cartesiano-Newtoniano alla Fisica Quantistica

Sono passati più di quarant’anni dalla pubblicazione de Il Tao della Fisica, notissimo libro di Fritjof Capra, in cui si descrivevano le notevoli correlazioni fra la fisica quantistica e le concezioni di molte filosofie orientali, che spesso risalgono a più di duemila anni fa. Dopo qualche anno veniva pubblicato Il punto di svolta, dello stesso Autore, in cui si delineava con chiarezza un possibile passaggio dal paradigma chiamato cartesiano-newtoniano, in cui sono state inquadrate finora le conoscenze scientifiche, ad un nuovo paradigma battezzato sistemico-olistico, basato in gran parte sulla visione del mondo dello scienziato-antropologo-filosofo inglese Gregory Bateson.

Il paradigma cartesiano-newtoniano è il quadro in cui vengono inserite le prime nozioni di fisica insegnate a scuola, senza alcuna premessa a monte: all’inizio si parte con la meccanica, e così resta inquadrata tutta la fisica di base, che è ancora prequantistica. Questo paradigma, oltre che persistere per una sorta di inerzia, è anche utile al sistema che vuole qualcuno che “fa”, non qualcuno che “sa”, vuole una scienza che sia soltanto premessa alla tecnologia e non alla conoscenza: è un modo di procedere e insegnare che fa comodo agli industrialisti-sviluppisti, che stanno distruggendo la Vita sulla Terra.

L’Occidente continua ad essere preda dei démoni dell’avere e del fare, dimenticando spesso il vivere, il conoscere e l’essere.

Le conoscenze attuali rendono insostenibile questo sottofondo di pensiero, ma  viene ancora divulgato il paradigma in cui era inquadrata la scienza fino alla fine dell’Ottocento: l’universale è una gigantesca Macchina con l’optional del Grande Ingegnere. E’ composto di altre “macchine” più piccole, ma è sempre di natura materiale, divisibile in parti e manipolabile. Il mondo viene esaminato in modo lineare scomponendo il complesso nel semplice, riducendo il tutto in parti (riduzionismo). Fino all’inizio del Novecento, l’universale fisico veniva risolto in “particelle” e “vuoto”.

La mente era considerata una specie di prodotto del cervello umano.

Questo paradigma resiste ancora oggi, tanto è vero che spesso la nuova fisica viene chiamata meccanica quantistica, mentre si tratta di una non-meccanica.

Dal 1900 al 1930, più o meno, sono avvenuti rivolgimenti del pensiero scientifico conseguenti a formulazioni teoriche, sempre confermate, che hanno falsificato il paradigma cartesiano-newtoniano: tale modifica è tuttora in corso e procede molto lentamente. Con il vecchio paradigma si continuano a considerare ovvie l’impenetrabilità dei corpi (cioè il dualismo vuoto-pieno) e la logica “A non è nonA”. Si pensa che gli atomi siano composti sostanzialmente da alcune particelle fisse o rotanti in un oceano di “vuoto”. Si continua a dividere ogni problema, ogni cosa, ogni processo in parti, senza tener conto che qualunque suddivisione risente di qualche pregiudizio e non può essere neutrale e valida universalmente. Le entità non-quantificabili e non-misurabili sono ancora sostanzialmente negate.

Vediamo qualche aspetto di possibile transizione al nuovo paradigma:

– L’indeterminazione e la conseguente scomparsa della separazione mente-materia

Nel 1927 il fisico tedesco Werner Heisenberg formulò per la prima volta il  principio di indeterminazione, poi inquadrato da Niels Bohr nell’interpretazione di Copenhagen. E’ impossibile, anche in linea teorica, separare il fenomeno dall’osservazione. Come dire, è impossibile distinguere la mente dalla materia. Con una concisa estensione, ciò significa che lo psichismo (la mente) deve essere ovunque.  Gli sviluppi successivi hanno rafforzato la fusione mente-materia estendendola praticamente a tutto l’universale. Quindi non c’è più un ente energia-materia e una mente che lo osserva, ma un Ente ternario Mente-Energia-Materia in continuo mutamento: assomiglia molto all’ente ternario Brahma–Shiva-Visnù dell’antica tradizione dell’India. Shiva, il danzatore cosmico, è l’Energia che oscilla continuamente fra la Mente (Brahma) e la materia “resistente” (Visnù).

Il vuoto quantistico

L’indeterminazione applicata al binomio massa-tempo (o energia-tempo) ha portato a formulare il concetto di vuoto quantistico: non esiste alcuna particella né entità stabile, c’è solo una specie di Vacuità creativa, una danza di energie che continuamente nascono nell’Essere e svaniscono nel Nulla. Il dualismo vuoto-pieno è scomparso: A e non-A possono coesistere.

Questo significa la fine dell’idea che il mondo materiale sia costituito di “particelle” e di “vuoto”, concezione che era in sostanza ancora quella di Democrito. Al suo posto è subentrata un’idea di vuoto-pieno pulsante, una Vacuità creativa, del tutto equivalente alla sunyata del Buddhismo.

L’entanglement (azioni non-locali)

Vediamo un’altra conseguenza della fisica quantistica: le particelle-onde che si separano da un unico punto (cioè hanno avuto qualche contatto) restano indissolubilmente legate, dato che l’“osservazione” anche di una sola di esse influenza istantaneamente il comportamento delle altre, a qualunque distanza si trovino

Questo porta alla considerazione che nulla è separabile nell’Universo e ogni processo (o “oggetto”) ha influenza su qualsiasi altro, a qualunque distanza spaziotemporale si trovi. Ciò significa che tutto è collegato a tutto, in modo istantaneo, cioè che non è possibile isolare alcun fenomeno. Questo corrisponde all’affermazione Tutto è Brahman o Tutto è Uno propria della filosofia indù.

L’evoluzione dei sistemi complessi

Nella seconda metà del Novecento lo studio della dinamica dei sistemi ha portato al concetto di sistema complesso: un sistema con un certo grado di complessità ha una evoluzione non prevedibile, dopo un tempo finito, neanche in termini probabilistici. Nel sistema complesso si manifestano fenomeni mentali (le scelte dopo ogni biforcazione-instabilità).

Tutto questo tocca anche il problema del libero arbitrio. L’idea tradizionale dell’Occidente, propria delle istituzioni religiose nate nell’area medio-orientale e di una corrente della scienza, è che l’uomo sia dotato di libero arbitrio, mentre il resto del mondo naturale (compresi tutti gli altri animali!) sarebbe soggetto alle rigide leggi fisiche. Un’altra corrente della scienza “ottocentesca” (il determinismo) non lascia alcuna libertà a nessuno.

Oggi si tratta di una posizione insostenibile, anche se ancora gradita a molti scienziati meccanicisti. Secondo una corrente attuale del pensiero scientifico-filosofico c’è qualche segno di libertà in tutti i processi naturali: ci sarebbe un po’ di libero arbitrio ovunque. Ogni processo, ogni sistema complesso, ha un suo grado di libertà, potendo scegliere la via da prendere ad ogni biforcazione.

Non danneggiare alcun essere senziente” è  uno dei fondamenti del Buddhismo Mahayana: si può intendere come “essere senziente” una unità mentale anche collettiva. Sono dotati di mente un ecosistema, una specie, una collettività di viventi legati da relazioni di reciprocità o simbiosi multipla.

L’unità mentale coincide con l’entità soggetto-oggetto del karma: non si tratta soltanto dell’individuo in senso fisico o meccanicista. La legge del karma assomiglia molto a una via di mezzo fra predestinazione e libero arbitrio: c’è qualche libertà in ogni sistema complesso, però il sistema deve seguire il suo karma, non vi si può sottrarre, è il frutto delle sue azioni.

La scienza ufficiale ha accettato la relatività ma non ha ancora assimilato completamente la fisica quantistica: lo stesso Einstein l’ha sempre rifiutata.

Possono benissimo esserci posizioni intermedie fra i dualismi dell’Occidente, le sue opposizioni irriducibili (mente-materia, Dio-mondo, umanità-animalità, esistenza-non esistenza, vuoto-pieno, ecc.).  Inoltre, l’ipotesi che le leggi fisiche e le cosiddette costanti universali (velocità della luce, costante di gravitazione, costante di Planck, e così via) restino invariate per sempre, è una semplice ipotesi non dimostrabile. Dovremmo lasciar variare anche loro, come tutto il fluire del mondo.

Il persistente vecchio paradigma cartesiano-newtoniano ci ha portato all’attuale dramma ecologico e alla distruzione della Vita. Invece il filone di pensiero che abbiamo seguìto ci fa ritrovare in un mondo naturale fatto di entità senza alcun confine preciso, dove si scopre lo spirito dell’albero, della montagna, del torrente.

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Informazioni sull'Autore

Guido Dalla Casa


Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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