Scritto giovedì 19 ottobre 2017

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Evoluzione della Specie: Darwin vs Lamarck e le teorie affossate dalla scienza ufficiale

Le conoscenze sul mondo vivente fino alla fine del Settecento possono essere sintetizzate in questa  affermazione del naturalista francese Giorgio Dagoberto Cuvier: Tot sunt species quot ab initio creavit Infinitum Ens., tradotto, “Le specie erano entità ben definite rimaste inalterate fin dal momento della creazione”.

Nella cultura occidentale, il primo scienziato a contestare questa affermazione fu il francese Jean Baptiste de Lamarck, che ha formulato in termini scientifici una teoria dell’evoluzione biologica: le specie non sono fisse, ma si trasformano continuamente, ne nascono di nuove, alcune si estinguono.

Ma allora, perché si parla sempre di Darwin, e quasi mai di Lamarck? Il naturalista francese riteneva che l’evoluzione avvenisse attraverso l’ereditarietà dei caratteri acquisiti, fatto poi smentito dalla moderna genetica, mentre Darwin la attribuiva alla lotta per la vita e sopravvivenza del più adatto. Ma questi sono dettagli: resta il fatto che la Philosophie zoologique (1809) di Lamarck è stata pubblicata 50 anni prima de L’origine delle specie (1859) di Darwin.

Importante era la constatazione che la Vita è unica, le specie si trasformano, non ci sono confini né barriere. I processi vitali sono gli stessi in tutti gli esseri senzienti, i Viventi sono tutti strettamente collegati, l’uomo è un vivente anche facilmente classificabile.

In realtà quello che si vuole difendere è il meccanismo darwiniano della “lotta per la vita e sopravvivenza del più adatto”, frase molto gradita alla nascente civiltà industriale dell’Ottocento. Ma, sul piano scientifico, anche questo è un dettaglio. Il fatto importante è che la Vita è un fenomeno unico e noi ne facciamo parte a tutti gli effetti. La differenza fra l’uomo e lo scimpanzé bonobo è inferiore alla differenza fra una rana e una raganella.

L’evoluzione biologica intaccò decisamente l’idea che l’umanità fosse “speciale”, “frutto di creazione separata”, qualcosa di “staccato dalla Natura”.

Tuttavia, quando comparve questa forma di pensiero su base scientifica, si perse un’ottima occasione per una vera svolta culturale. Invece di mettere in evidenza il fatto essenziale, cioè l’appartenenza della nostra specie alla Natura e quindi la necessità di seguirne le grandi leggi cicliche, l’evoluzione fu inquadrata in pieno nel meccanicismo imperante.

Ricordo di aver letto, su un quotidiano di circa 40 anni fa, che uno scienziato aveva tentato una fecondazione in vitro fra un gamete umano e uno di scimpanzé: dopo alcuni tentativi, la fecondazione era riuscita e si era sviluppato un embrione, vissuto poche ore, o pochi giorni. Sono contrario alle eccessive manipolazioni fra esseri senzienti, ma questa era una prova della nostra totale appartenenza alla Natura. Non se ne è saputo più niente: forse l’Occidente non poteva sopportare una notizia simile.

Di fatto, al pensiero corrente di maggioranza vengono proposte due alternative:

  • “l’evoluzionismo” dovuto a competizione e selezione,   oppure
  • “il creazionismo”, rilanciato recentemente soprattutto negli Stati Uniti;

Come se fossero le uniche posizioni possibili e ciascuno dovesse scegliere fra una delle due!

Ci sono molte altre posizioni, le più semplici e chiare sono quelle “non-dualistiche”, cioè in cui non c’è bisogno di distinzione fra Dio e la Natura.  Non ci sono problemi di “anelli mancanti”, ma non possiamo sostenere che tutto sia avvenuto per il “caso e la selezione”, attraverso la competizione.

Per passare da un minuscolo cefalocordato a un passerotto con il caso e la selezione, non basterebbero seicento miliardi di anni, invece dei seicento milioni calcolati dalla scienza ufficiale.

Osserviamo un uccellino: pesa 7-8 grammi, ha le ossa alleggerite per renderle adatte al volo, la sua temperatura interna è mantenuta a 40 gradi anche se la temperatura esterna è sotto zero, è una mente attenta a tutto, e così via. Pensarlo come frutto esclusivo del caso e della selezione è assurdo quanto crederlo creato così com’è da un Dio personale ed esterno al mondo.

Ma il materialismo-meccanicismo si presenta come una religione. Il “materialismo nell’evoluzione” e il “creazionismo” sono i due assurdi che propone l’Occidente.

Certamente la Vita è unica, compresa l’umanità, ma non è affatto detto che competizione e selezione siano le uniche molle dell’evoluzione, probabilmente dovuta a cause molteplici, a una specie di creazione continua, un processo immanente nella Natura animata, dove anche la cooperazione gioca un ruolo rilevante.

L’uomo non fa eccezione, è una specie animale, un componente dell’Ecosistema.

Dopo quanto sopra detto, c’è proprio da chiedersi come può ancora persistere il dualismo uomo-animale, visto ancora da qualcuno come una contrapposizione, qualcosa di diviso, inconciliabile, diverso.

Neppure la scienza ha mai promosso un’etica che riguardi tutti gli esseri senzienti, o tutte le entità naturali, mentre sappiamo da oltre due secoli che la Vita è unica, che siamo animali, anche facilmente classificabili. La scienza “ufficiale” contraddice le sue stesse conoscenze.

Ora un esempio, un pinguino:

Nel corso del 2007 un pinguino di Magellano, inanellato presso la Terra del Fuoco, è stato ritrovato presso una colonia di pinguini di Humboldt, sulle coste del Perù, cinquemila chilometri più a Nord. Quel pinguino ha nuotato per cinquemila chilometri!  La notizia era all’interno di un quotidiano, che nelle prime pagine era pieno delle solite notiziole umane. L’articolo diceva che probabilmente il pinguino “si era perso”. Come al solito, la notizia era presentata come una “curiosità” o una cosa “strana”. I mezzi di informazione presentano quasi sempre i fatti che manifestano una continuità di comportamento fra la nostra e le altre specie come “incredibili”! E’ invece perfettamente logico che gli altri esseri senzienti più simili, in particolare mammiferi e uccelli, abbiano comportamenti quasi uguali a quelli umani. Occorre pensare all’”istinto” o all’ipotesi che “si era perso”?  Quel pinguino era un viaggiatore, spinto dalla curiosità.

Sostenere che l’uomo ha “l’intelligenza” mentre gli altri animali hanno soltanto “l’istinto” è una palese assurdità, forse ancora oggi sostenuta da qualche istituzione.

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Informazioni sull'Autore

Guido Dalla Casa


Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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