Scritto giovedì 20 ottobre 2016

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Fantascienza di ieri e di oggi: con l’ecologia stiamo solamente verniciando di verde la Terra morente

post-nucleare

All’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso è stato pubblicato un libro di fantascienza intitolato “Un cantico per Leibowitz” (di Walter Miller). In quegli anni imperava la paura di una guerra nucleare, paura che è durata complessivamente per tutto il periodo della guerra fredda, circa 40 anni. Come  era descritto “il giorno dopo” in quel libro? Radioattività, morte, esseri deformi, i sopravvissuti, arrabbiatissimi, se la prendevano con chiunque sapesse qualcosa di fisica nucleare.

Chi conosceva la relazione di Einstein fra energia e massa (E=mc2) veniva linciato dalla folla, il “sapere” di quel tipo era considerato di per sé stesso una causa della catastrofe, Leibowitz era un tecnico linciato da una folla inferocita. Un fraticello viaggiava su un asino per portare frammenti bruciacchiati dei suoi disegni (schemi, forse tracce di particelle nucleari in una camera a bolle) di cui nessuno capiva più nulla. Leibowitz era stato proclamato santo in quanto martire. Allora la fantascienza “post-apocalittica” viaggiava su quel binario.

Se quel “giorno dopo” di un romanzo di fantascienza venisse scritto oggi?
Mi sembra di leggere il racconto: chi nominava il P.I.L. veniva linciato dalla folla, conoscere il significato dello spread e del tasso di sconto era considerato un delitto. Pronunciare parole come inflazione o deflazione significava una condanna a morte. Il termine crescita veniva accuratamente evitato: per indicare l’aumento di qualcosa si usava piuttosto un giro di parole. La Bocconi era già stata data alle fiamme. Chi nominava il Nasdaq diceva che era il nome di una montagna della Groenlandia.

Le estrapolazioni in avanti di molti fenomeni in corso (fra cui soprattutto l’aumento della popolazione umana, 80-90 milioni all’anno, e la crescita dei consumi) daranno risultati palesemente paradossali già attorno all’anno 2030: non vi si potrà arrivare così, tranquillamente, continuando come ora.

L’innesco di “qualcosa” che farà arrestare molte tendenze attuali è da attendersi entro la fine di questo decennio.

La civiltà industriale, nata circa due secoli fa ma che ha manifestato la sua natura distruttiva solo da alcuni decenni (dato che procede con legge esponenziale), sta per finire perché è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte o, se volete, con la vita della Terra.

Qualunque discorso serio sul prossimo futuro dovrebbe iniziare così: “Il modello culturale umano denominato civiltà industriale, fondato sull’incremento indefinito dei beni materiali ed espressione attuale della cultura occidentale, è fallito. Dobbiamo gestire il transitorio verso modelli completamente diversi riducendo il più possibile gli eventi traumatici, che sembrano ormai inevitabili.”
Dopo, il primo valore non potrà essere altro che la buona salute dell’Ecosfera, cioè dell’Ecosistema complessivo, di cui facciamo parte integralmente, assieme a tutti gli altri esseri senzienti e alle relazioni che li collegano. Forse c’è una grande difficoltà a trattare l’argomento con queste premesse, ma è soltanto perché ogni modello culturale è incapace di concepire la propria fine.

Per 40 anni siamo stati sull’orlo di una guerra totale: il carico di testate nucleari di un solo sommergibile era in grado di far fuori quasi un intero continente, il Dottor Stranamore non era soltanto un film, la crisi di Cuba aveva portato a poche ore dall’Apocalisse. Anche un uomo solo poteva far scattare tutto in pochi minuti, e 40 anni sono un tempo lungo per questo genere di eventi. Bastava ben poco, in tante occasioni, ma non è successo.

In realtà il disastro nucleare non poteva succedere, perché la Terra si sarebbe ridotta in pochi giorni a quella che era stata chiamata (nel libro di Jonathan Schell “Il destino della Terra, uscito in quegli anni) ”una repubblica di insetti e di erbe”: avrebbe impiegato decine di milioni di anni per riprendersi.

Ma la Terra è molto più importante di noi umani, che ne siamo solo componenti, come le cellule di un Organismo: il Pianeta non poteva ridursi così. Ora invece, una forma di collasso è, non soltanto possibile, ma necessaria per salvare il Complesso dei Viventi, in gravissimo pericolo: questa civiltà ha ormai invaso il pianeta e il numero di umani ha largamente superato ogni valore tollerabile.

Il primato dell’economia ci sta portando verso il disastro, verso un mondo avvelenato e senza varietà dei viventi. Molti movimenti integrati nel sistema, quelli cosiddetti “ambientalisti”, continuano a parlare con il linguaggio dell’economia.

Ci sono poi movimenti utilissimi e animati dalle migliori intenzioni, come la Decrescita felice o quelli “della transizione”, che propagandano idee di cambiamenti notevoli, vogliono giustamente sostituire le fonti energetiche, ma in sostanza tendono a “verniciare di verde” il mondo attuale, troppo spesso usano ancora il linguaggio dell’economia.

Non ci salveremo continuando a usare quel linguaggio. Penso che bisognerà andare oltre, abbandonare anche nei discorsi le merci, i beni, il PIL, il mercato, forse anche il denaro e l’economia stessa.

Un grosso aiuto può venire da un pensiero appena nascente che comprende diversi movimenti, anche se numericamente poco rilevanti: l’Ecologia Profonda, gli studi sulla mente animale, la mente estesa, l’Ecopsicologia, il Bioregionalismo, lo studio delle culture native e orientali antiche, il miglioramento dei rapporti con gli altri esseri senzienti (fino a pervenire a forme di simbiosi), la critica alla civiltà, e così via.

Le tre religioni abramitiche (cristianesimo, ebraismo, islam) sono fortemente antropocentriche e filosoficamente uguali: forse è proprio per questo che, di fatto, sono sempre state in forte contrasto fra loro. Mente estesa, Anima del Mondo, Inconscio Ecologico, Animismo, esseri senzienti, Madre Terra: non sanno neanche di cosa stiamo parlando, o fanno finta di non saperlo.

La parte laica dell’Occidente, più che mai seguace della “crescita” e fanaticamente legata al materialismo e alla visione cartesiana-newtoniana del mondo, si comporta nei fatti come un’altra religione: ha fatto un’alleanza con la parte “religiosa”, ha sostituito il merito selettivo dell’evoluzione al diritto divino conservando alla nostra specie tutti i suoi privilegi e il suo distacco dal mondo naturale.

La scienza “ufficiale” continua su questa via, in netto disaccordo con le sue stesse conoscenze.
Anche la definizione classica della sostenibilità (un processo sarebbe sostenibile se “i nostri discendenti” non ne avranno un danno) è assai discutibile.

Mi sembra invece molto migliore l’espressione seguente: “L’andamento di un sistema è sostenibile se può durare a tempo indefinito senza alterare in modo apprezzabile l’evoluzione del sistema più grande di cui fa parte”.
Seguendo l’Ecologia Profonda, penso che, senza un sottofondo animista-panteista che dia un valore in sé (e non in funzione umana) a tutte le entità naturali, sarà ben difficile pervenire a modelli culturali veramente diversi e compatibili con i più grandi cicli che persistono da centinaia di milioni di anni.

L’attuale civiltà industriale sempre-crescente è il modello culturale umano più distruttivo per la Vita che sia mai comparso sulla Terra. Quindi la sua prossima fine dovrebbe rallegrarci. Per finire, una citazione:

L’uomo è la specie più folle: venera un Dio invisibile e distrugge una Natura visibile, senza rendersi conto che la Natura che sta distruggendo è quel Dio che sta venerando” (Hubert Reeves-Astrofisico)

Per approfondimenti, leggi il libro di Guido Dalla Casa “Ecologia Profonda“. Qui una recensione.

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Informazioni sull'Autore

Guido Dalla Casa


Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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