Scritto mercoledì 22 febbraio 2017

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Dalla luce all’oscurità alla luce | Il gioco della sopravvivenza

Venendo al mondo, un bambino non sa chi è. Ma deve avere un’identità, altrimenti gli sarà impossibile vivere in questo mondo. E non può diventare immediatamente un buddha, non conosce neppure questa problematica. Ancora non è entrato nel mondo; vi entrerà realmente nel momento in cui inizia a sentire chi è.

Questo è il motivo per cui non riesci a ricordare nulla della tua prima infanzia. Se fai un viaggio a ritroso nei ricordi, arriverai ai tre o quattro anni; prima di allora non riuscirai a penetrare. Come mai? La memoria forse non funzionava? Non esistono esperienze, imprint, impressioni nella mente?

C’erano! In realtà, un bimbetto di tre o due anni è più “impressionabile” di chiunque altro, gli accadono milioni di esperienze… ma come mai non esistono ricordi? Perché l’ego non è ancora giunto a maturazione. Chi potrebbe mai conservare e riportare quei ricordi? Quale potrebbe essere il nucleo di quei ricordi? L’infante ancora non ha identificato la propria identità. Ancora non si è verificata alcuna identificazione.” Osho, Journey to the Heart #9

Venendo al mondo, i primi anni della nostra vita scorrono all’insegna di proiezioni e aspettative contro cui non possiamo praticamente fare nulla. E con il latte materno ci si ritrova a ingoiare tutto ciò che l’habitat della madre comporta: ancora nessuno studio o ricerca ha compreso quanto sia profonda questa acculturazione, di certo è in questa fase della crescita che un bambino apprende il cinquanta per cento – forse di più, ma non di meno – di ciò che imparerà nell’arco di tutta la sua vita.

A questo si aggiungono le proiezioni e le aspettative di coloro che piano piano arrivano a formare l’ambiente familiare, nella coscienza del bambino. E, apparentemente, nessuno è in grado di vedere quella creatura in formazione per ciò che è; forse nessuno vuole vederla – nessuno ha interesse a vederla – per ciò che sono le sue potenzialità e i suoi talenti. Praticamente nessuno si chiede chi sia quell’esserino… tutti hanno qualcosa da aggiungere, da consigliare, da suggerire, da pretendere.

Tutti hanno speranze e desideri da realizzare, tramite questo nuovo virgulto: qualcuno sperava che fosse un maschio, qualcuno desidera che diventi un dottore; qualcun altro rimane deluso, se non gli piace suonare il piano. Per tutti, di certo: “Questo è il miglior bambino del mondo e farà grandi cose” un’aspettativa che grava sempre sul destino di tutti gli esseri umani!

Inoltre, ogni bambino deve passare suo malgrado, attraverso un indottrinamento che lo marchierà a vita: viene persuaso che esiste dio – oppure che non esiste –, gli viene detto di essere un cristiano – o un hindu, un musulmano, un buddhista –, che è italiano – o inglese, tedesco, giapponese –, che non deve giocare con certi bambini – di colore, di un’altra etnia, di una diversa classe sociale… un condizionamento che sembra non aver fine e non esclude proprio nessuno.

In qualche modo, ovunque nel mondo, quella tendenza a imporre una cultura, una morale, una religione, tocca l’intimità di ogni persona… a partire dall’affarino con cui si fa la pipì: piano piano il bambino assorbe l’idea che quel cosino abbia una terribile importanza, difficile per lui da capire; ma che in sintesi, quasi per tutti si riduce a un imbarazzo nel toccarlo e nell’usarlo.

In questo processo di adattamento, “Non farlo, non dirlo, non si può, non si deve…” sono tutti fattori formanti che portano piano piano a non ridere troppo, a non manifestare la propria gioia, a non fare rumore, a non fare troppe domande. E di nuovo, in quel programma – presentato come educazione – il presupposto è semplice: la conoscenza è là fuori, scritta da qualche parte ed è lì che si deve cercare… ed è da lì che vengono i comandamenti, le leggi, la buona creanza e tutto ciò che comporta vivere in una società.

Un profluvio di voci imperiose che bene o male consolidano un’idea precisa, indubitabile: “Loro sono al comando, loro dettano le regole” con il suggerimento – velato o marcato – che è meglio adeguarsi, sottomettersi, ubbidire, se non si vogliono avere guai.

Quel gioco – il gioco del mondo –, qualsiasi forma prenda, è giocato con le regole che il collettivo impone. E, in tutto questo, una cosa risulta evidente: così com’è nessun bambino va bene, tutti devono migliorare, tutti devono acculturarsi, tutti possono diventare qualcosa o qualcuno… e farsi o lasciarsi guidare sembra proprio essere la cosa migliore per arrivare ad avere una vita realizzata, fatta di prestigio e riconoscimenti. In quest’ottica non mancano suggerimenti, istruttori, guide, scuole… e chi più ne ha, più ne metta!

 All’arrivo dell’adolescenza, con la sua ondata di ormoni, ogni impulso la natura trasmetta deve fare i conti con quel groviglio di cose; molte delle quali semplicemente acquisite per semplice quieto vivere e mai comprese.

È bene tener presente che, nel corso degli anni, l’habitat di appartenenza, si è ampliato: dalle coccole materne ci si è allargarti alla struttura familiare; per poi estendersi alla struttura sociale… un processo che ha comportato inglobare parecchi codici di appartenenza: quelli di una particolare religione, quelli di una particolare cultura, quelli di un certo contesto sociale, quelli di una professione.

È proprio vero che il mondo diventa piano piano una “rappresentazione” e nulla o poco di un normale sviluppo ha la possibilità di esprimersi naturalmente. Gli impulsi ormonali non fanno eccezione e, in un modo o nell’altro vengono visti come qualcosa da cui stare alla larga; sicuramente da tenere sotto controllo!

E in molte parti di questo strano pianeta Terra, la sessualità è ancora bollata come malvagia, soggetta a punizioni severe qualora si trasgrediscano regole arcaiche, indiscutibili. Ma senza arrivare a quegli estremi, siamo noi stessi a vivere con disagio quella che è soltanto l’espressione primaria della nostra energia vitale.

La natura, è bene ricordarlo, non sa nulla di tutto ciò. Per cui ciascuno di noi si ritrova di fronte a un conflitto interiore che porta a vedere i propri istinti non come alleati, ma come “nemici”. E d’altra parte quella forza ha una potenza difficile – impossibile – da soffocare. E non sempre funziona l’idea comune di incanalare quelle pulsioni verso mete più in sintonia con gli interessi della collettività.

Al giorno d’oggi si sta prendendo coscienza che un processo formativo orientato in tal senso non è forse la rotta migliore da seguire. Purtroppo il contesto sociale dipende ancora fortemente da una cecità primordiale, che sembra non conoscere cura.

E ancora genitori, adulti in genere, preti, politici, insegnanti e infine gli amici… tutti fanno corpo comune per inglobare ciascun umano all’interno di un mondo fittizio: fatto di volontà, di proiezioni e di rappresentazioni, di conquiste e di competizione, di biasimo per tutto ciò che rivela debolezza e fragilità, una condanna del fallimento e una istigazione ad avere successo collettivamente condivisi.

Ed ecco così che quella lotta contro la propria natura, si traduce in una battaglia quotidiana – fondamentalmente contro tutti e contro tutto –, all’insegna di una competizione che non conosce limiti. E, come si dice: “Che vinca il migliore!”

Difficilmente, dopo anni di un simile addestramento, si riesce a ricordare di avere talenti e qualità esistenziali: l’idea stessa di poter andar bene così come si è, è ormai svanita.

“Io non vado bene! Io devo imparare! Io devo migliorare!” questo è il ritornello che ritma ogni nostro gesto quotidiano.

Quell’idea di sé porta ad agire in modo tale da avere conferme in tal senso. Cosa che induce a far parte di chi sostiene la necessità di essere civilizzati, e di portare la propria “civiltà” ad altri… senza tener conto che i risultati – ovvero lo stato delle cose del mondo attuale – rendono evidente una realtà ovvia, da cui si dovrebbe partire, cercando una nuova rotta esistenziale: ciò che sta accadendo, rivela ben pochi segni di civiltà.

(Leggi anche: Tu sei l’ostacolo a te stesso: in che modo prende forma l’ego)

Anzi, il frutto di quei modelli educativi comporta squilibri, tensioni e distorsioni di proporzioni devastanti: è come essere seduti su un vulcano, che in qualsiasi momento potrebbe eruttare!

Una cosa è certa: a livello collettivo nessuno ha tempo o voglia di prendere reale coscienza che non è quella la via in grado di dare risposte o soluzioni “armoniose”.

Se qualcosa in noi sente di voler o dover fare qualcosa per cambiare questo mondo, se ci si ritrova in una situazione di stallo che porta a chiedersi: “Ma che senso ha, tutto questo?” Ebbene, l’invito di Osho è quello di cambiare se stessi, prendendo in mano la propria vita.

In questo senso, la sua proposta esperienziale oggi non ha confronti.

Infatti, consapevole del caos e dei disagi frutto di quell’ipotetica civiltà, Osho ha ideato tecniche di meditazione attiva, che partono dal particolare equilibrio – o squilibrio – psicofisico divenuto ormai la norma.

Osho chiarisce che l’uomo moderno è “il tipo di uomo più artificiale che sia mai esistito”, pertanto è fondamentale tenerne conto: qualsiasi aspirazione a una vita sana, equilibrata e naturalmente sana, richiede di sgombrare la propria interiorità da tutto ciò che è stato rimosso, negato, represso… perché non accettato o inaccettabile socialmente.

Le sue Meditazioni Attive sono la risposta ai tanti disagi della civiltà. E utilizzarle come strumenti propedeutici, funzionali a una vita viva, è ormai diventata una questione di buon senso; come hanno compreso decine di migliaia di persone nel mondo intero.

 Se questo ti incuriosisce, nel libro “Mindfulness 4.0” trovi dettagli e istruzioni su come praticare questi metodi.

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 Oppure puoi venirle a provare direttamente, all’Osho Festival, dal 22 al 25 Aprile, a Bellaria, durante il più grande evento italiano dedicato ad Osho e alle sue Meditazioni. 

Buona Consapevolezza!

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Informazioni sull'Autore

Associazione Oshoba


Nel 1988 un gruppo di amici di Osho si riunisce per far nascere ed organizzare la prima distribuzione di tutti i libri di Osho in Italia, che prima di allora non esisteva. Fino a quel momento solo alcune case editrici coraggiose avevano pubblicato in italiano discorsi di Osho, ma non c'era un vero e proprio organismo che rendesse disponibile sul territorio nazionale con un suo catalogo, tutto ciò che era stato pubblicato nel mondo di Osho. Nel 1990 l'associazione prende il nome di Oshoba e da quel momento diventa il punto di riferimento italiano per la distribuzione dei libri, dei cd delle Meditazioni Attive, dei video di Osho e delle svariate musiche per meditazione danza e celebrazione disponibili nel mondo. Ora è anche un contatto per chi vuole informazioni sulle attività di meditazione in Italia e sull'Osho Meditation Resort di Pune, India.

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