Scritto martedì 03 febbraio 2015

Maha Shivaratri: significato e rituali per la Grande Notte di Shiva

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Il 17 febbraio 2015 è Maha Shivaratri, ovvero la “Grande notte di Shiva“, una festività indù che si celebra nella quattordicesima notte di luna nuova del mese lunare di febbraio-marzo (Phalgun). Ad aleggiare sulla sacralità del caso è la particolare posizione della luna che in questa giornata viene a trovarsi nel punto della sua orbita più distante della terra e, dunque, l’effetto del suo magnetismo sull’uomo è ridotto al minimo sia a livello fisico che, soprattutto, mentale ed emotivo. Questa notte speciale, dunque, dona alle pratiche spirituali un potere che in nessun altro giorno dell’anno può essere raggiunto, complice anche la ricorrenza che si celebra (più di una per la verità, stando alle varie leggende) e cioè il matrimonio del dio Shiva con la sposa Parvati, evento che simboleggia l’Unione cosmica per antonomasia. Unione di maschile e femminile che, dal punto di vista più esoterico, è un raggiungimento della completezza e integrità dell’essere da ricercarsi all’interno della propria anima. Non a caso Shiva è spesso rappresentato nell’iconografia indiana con i tratti di un ermafrodito, ardhavira, l’Androgino con la parte destra del corpo maschile e la parte sinistra femminile: i due sessi riuniti in un solo corpo ricostituiscono l’unità originaria e al tempo stesso evocano la simultanea presenza degli opposti nell’equilibrio cosmico.

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Un’altra potente immagine legata alla Grande Notte è quella della danza da cui Shiva avrebbe dato origine alla Creazione dell’universo, appunto, danzando. Un ballo di piacere e potere allo stesso tempo, perché non c’è potere più grande del provare piacere, un piacere senza oggetto, frutto della pura gioia incontenibile che diventa atto creativo. Nataraja, il Signore della Danza, il tandava sfrenato ed eccitato incarna il perfetto equilibrio tra la vita e la morte danzando su un demone che è l’incarnazione dell’illusione e della falsa conoscenza. Ananda Tandava, il danzatore beato di dionisiaca memoria che, ebbro di gioia, crea il mondo. E così come lo crea, lo distrugge, essendo Shiva la terza divinità della Trimurti indiana (dopo il dio dell’origine Brahma e il signore della conservazione Vishnu), colui il quale, appunto, ha il compito di concludere il ciclo di dissolvimento del mondo, la necessaria dissoluzione prima di una nuova rinascita. La notte buia dell’anima prima della nuova alba. In ogni momento di morte iniziatica, quando è necessario distruggere e lasciare andare, c’è sempre uno Shiva funereo a porgere il suo aiuto, ad incoraggiare l’incontro con i demoni (paure e attaccamenti) per poterli trasmutare nei migliori alleati possibili. E’ l’aspetto terrificante del dio noto come Rudra “Colui che urla”, il signore delle lacrime che erra nelle foreste, dorme nelle caverne e si attarda nei luoghi meno confortevoli dove imperversa il caos primigenio e la vita nel suo stato più selvaggio, perché solo fronteggiando l’orrido, e non addomesticandolo, si può ottenere la vera liberazione: è questo il percorso controcorrente tantrico, è questo l’urlo di Shiva nella sua forma ghora (terrifica), un richiamo che non offre rassicurazioni, ma che scuote energie latenti e produce l’unica reale esperienza possibile di “guarigione”: la celebrazione del rito (il sacrificio – sacrum facere – del “darsi” ai demoni, alla parte oscura, alle ombre della notte) che ristabilisce l’ordine universale. Shiva insegna ad incanalare le forze oscure dentro di sé per sublimarle, pacificarle, fruirle o potenziarle … in ogni caso, non evitarle né rinnegarle.

Senza dimenticare che Shiva è anche il Mahayogin, il Supremo Yogin, il padre dello yoga e in queste veste senz’altro più rasserenante, è raffigurato assiso con il corpo cosparso di cenere (simbolo della morte della personalità e dell’impermanenza) nella postura meditativa a gambe incrociate intento a riassorbire le illusioni del mondo fenomenico nella luminosa vacuità da cui ogni manifestazione ha origine.

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Che si abbia più dimestichezza con l’immagine pacifica del dio o con quella più temibile, si può utilizzare la suggestione di queste immagini per la propria personale celebrazione del Maha Shivaratri, ad esempio chiedendo al Distruttore di assecondare, accelerandolo, un processo di cambiamento nella vostra vita, oppure invitando il Beato Tandava a danzare con voi in un giocoso ballo senza freni inibitori (vi invito a farlo per davvero, utilizzando se possibile il sottofondo di un ritmo tribale con molti tamburi), o se preferite invocando il grande Yogin nella quiete di una meditazione silenziosa o, perché no, invitandolo a nozze celebrando l’Unione cosmica simbolo del Maha Shivaratri, scegliendo cioè di sposare la parte oscura di voi, amandola per poterla infine trasformare in pura energia creativa. Se si vuole si può cantare o recitare silenziosamente il mantra del dio: “Om Namah Shivaya”, assorbendo nel proprio corpo fin dentro ogni cellula le vibrazioni che la ripetizione interiorizzata di tali fonemi sacri producono.

In ogni caso, recuperate lo Shiva che è dentro di voi, attingendo alle fonti meno convenzionali del vostro immaginario e stupitevi di quanto potere ci sia in questo “perdersi” per poi ritrovarsi. Senza paura di sbagliare: il viaggio è un “errare” per definizione e l’anima, a volte, ha bisogno di precipitare.

Quando realizzi che sei in ogni cosa,
l’attaccamento al corpo si dissolve,
la gioia e la beatitudine sorgono

(Vijñanabhairava tantra)

LA CELEBRAZIONE IN INDIA
Il Maha Shivaratri è festività nazionale. Nel giorno precedente la festa, si osserva il digiuno e ci si immerge nelle acque sacre come rito propiziatorio mentre la notte si veglia in preghiera adorando il simbolo fallico del dio Shiva, chiamato Lingam, che ogni tre ore viene bagnato con urina, sterco, latte, burro e latte acido che sono le cinque sacre offerte delle vacche. Inoltre vengono offerti alla divinità i cinque cibi dell’immortalità: latte, miele, yogurt, zucchero e burro chiarificato. I guru recitano preghiere e mantra sgranando i mala (rosari) mentre i discepoli preparano il cibo preferito di Shiva chiamato “Bhang”, un preparato ottenuto da foglie e fiori di cannabis che viene distribuito gratuitamente ai fedeli all’ingresso dei templi.

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Informazioni sull'Autore

Cecilia Martino


Nasco a Roma sotto il segno della Vergine. Anno 1976. Mi laureo in Lettere prima e in Filosofia dopo con una tesi dal titolo: "Poesia. Immagini dialettiche. La ricerca linguistica dell'indicibile". Approfondisco nel tempo i temi della Comunicazione linguistica e dell’Estetica coltivando, in particolare, una connaturata vocazione alla scrittura creativa e mitopoietica. Negli ultimi anni ho pubblicato 4 libri, la raccolta di poesie “illogicaMente” e alcuni saggi nella rivista di settore “Philosophema”. Studio e pratico Yoga, spiritualità e discipline orientali. Negli anni ho affrontato svariati studi di tutti gli Yoga classici, sia dal punto di vista pratico che teorico, frequentando seminari di approfondimento su Veda, Purana, Upanishad, Ayurveda, Sciamanesimo e Meditazione ad approccio Immaginale (con Diploma per Istruttori metodo IMMAN – Imaginal Mindfulness Meditation Approach Nontherapy- conseguito nel 2016). A Settembre 2016 conseguo il Diploma per Insegnanti Yoga rilasciato dalla Scuola Yoga Shanti Vidya SVYASA (Swami Vivekananda Yoga Anusandhana Samsthana) con una tesi dedicata a uno dei più grandi grandi filosofi e maestri spirituali dell’India moderna, Sri Aurobindo, infaticabile ricercatore e sopraffino poeta, nonché padre dello Yoga Integrale, uno yoga che supera lo yoga stesso in quanto vera e propria visione rivoluzionaria dell’esistenza! Professionalmente mi occupo di editoria web da oltre 10 anni, dal 2005 sono iscritta all'Ordine dei Giornalisti del Lazio, ma il mio vero Lavoro è quello della ricerca interiore messa al servizio della crescita personale e collettiva. Attualmente vivo a Torino. Ho aperto un Blog dal titolo “Il mestiere del dare” ispirato alla condivisione della Gioia, uno stato creativo dell'essere di cui tutti dovremmo essere "portatori sani". Imprese memorabili: Vivere nel mondo ma non essere del mondo Il mio motto: Io mi contraddico. Sono ampio. Contengo moltitudini (Walt Whitman) http://ilmestieredeldare.blogspot.it/

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