Published On: Sab, Mar 2nd, 2019

Angeli o Demoni? – Gli archetipi del bene e del male applicati al genere umano

Può sembrare strano trovare su questo Magazine, che ospita per lo più articoli sugli aspetti “spirituali” della natura umana, delle critiche alla specie Homo sapiens tanto severe come quelle contenute nel mio articolo dello scorso 15 febbraio e in quelli che seguiranno.

Ritengo perciò doverosa una spiegazione, in qualche modo preliminare ad ogni mio ulteriore contributo su Quantic Magazine.

Nell’articolo citato (che originariamente avevo titolato “Specie maligna”) ho esposto a grandi linee la mia teoria, il “cancrismo”, che sottolinea come il genere umano tenda a sopraffare gli altri esseri, allo stesso modo in cui le cellule tumorali aggrediscono e distruggono le cellule sane dell’organismo.

Nonostante questa cupa visione, non mi ritengo un misantropo. Non odio cioè il genere umano in quanto tale. Anzi, lo amo con lo stesso amore che riservo alle piante, agli animali e alla natura tutta.

Non sono neppure un antinatalista e men che meno auspico l’estinzione della razza umana, aberrazioni indotte dalla constatazione di come la sovrappopolazione ci stia conducendo alla catastrofe.

Come mettere d’accordo queste idee tra loro contrastanti e apparentemente inconciliabili?

In sostanza: siamo Angeli o Demoni?

L’antinomia non è irrisolvibile, anzi la soluzione è piuttosto semplice, alla portata di ognuno, e proverò a spiegarla: consiste nell’osservare la realtà da un punto di vista o da un altro.

Il primo punto di vista, quello secondo cui saremmo “Angeli”, è quello che osserva la realtà con occhi umani.

Non vi è dubbio che la nostra specie da migliaia di anni sia al vertice del fenomeno tipico del pianeta Terra che si chiama “vita”.

Con la nostra conclamata ed evidente superiorità intellettuale siamo riusciti a sederci sul trono di re del mondo, sottomettendo tutte le altre entità, viventi (animali e piante) e prive di vita (minerali).

Questa superiorità unita alla volontà di potenza di nietzschiana memoria è anche all’origine della suddivisione della società in caste, classi, ceti sociali ecc.

In questa sede non svilupperò questo argomento (seppur di grande importanza) in quanto ci svierebbe dagli scopi che mi sono proposto: ci farebbe precipitare nel campo della contingenza e dell’agone politico, mentre vorrei mantenere il discorso su un piano più elevato.

Il secondo punto di vista, quello secondo cui saremmo “Demoni”, è quello che ci invita ad osservare la realtà con gli occhi della natura.

Il mio libro “Il Cancro del Pianeta” si apre con una Premessa in cui chiedo al lettore di porsi proprio in questa ottica, pena la non comprensione del messaggio contenuto nel testo.

Ecco come esprimo questo concetto:

«Un avvertimento è necessario per poter leggere e comprendere le pagine che seguono così come il loro autore le ha pensate.

Noi siamo abituati a porre sempre e comunque l’uomo al centro dell’Universo …

Pochi pensatori hanno contestato questa impostazione …

Ebbene, ora io so che esiste anche un’altra realtà. È vero io sono uomo, e quindi sono “centro” a me stesso. Ma vedo intorno a me cose molto più grandi, infinitamente più grandi di me, e dico dunque che dovremmo fare uno sforzo per osservare quest’altra realtà, che non sono io, che non è la mia famiglia, né la mia specie, da un punto di vista esterno al nostro genere umano.

Come è possibile? Con quale intelligenza che non sia quella umana? Ovviamente disponiamo solo di questa e quindi dobbiamo farlo con l’unico mezzo che ci compete.

Ma possiamo osservare la realtà più grande, chiamiamola pure natura, anche senza comprenderla, bensì semplicemente contemplandola.

Ecco questo è il punto di vista dal quale chiedo al lettore di partire per comprendere il messaggio che voglio recapitargli.

Guardiamo il pianeta Terra, e tutto ciò che contiene, dall’alto, dal di fuori di dove ci troviamo …

Questo è il punto di vista che chiedo al mio lettore

Se quindi osserviamo la realtà che ci circonda da questa angolatura “planetaria”, cosa ci appare?

Estinzioni provocate dall’uomo a ritmo crescente, sia di specie animali cosiddette “ostili” (animali feroci?) sia di specie cosiddette “utili”, a causa dell’eccessiva predazione. Deforestazioni, disboscamenti, desertificazioni, tutti indotti dalle crescenti necessità di terreni agricoli. Trivellazioni, scavi, sbancamenti di montagne alla ricerca di minerali e combustibili fossili. Scioglimento di ghiacciai come conseguenza del riscaldamento globale, avvelenamento dell’aria, smog, radiazioni ecc. ecc.

Non è il caso di approfondire in questa sede l’entità del disastro. Le librerie sono piene di testi in materia. Nel mio libro “Il Cancro del Pianeta Consapevole” ho dedicato uno specifico capitolo a “Ciò che abbiamo già distrutto”. A quelle pagine rinvio chi volesse esaminare più a fondo la questione.  Mi limito a dire che il processo di santificazione dell’essere umano è esclusivamente di origine antropica. Con gli occhi della natura non possiamo esimerci dal giudicare la nostra opera di distruzione del pianeta se non in modo analogo a ciò che una malattia come il cancro compie ai danni degli organismi viventi al cui interno si sviluppa.

Anche il cancro fa parte della natura. Tutto è natura. Ma la natura è un coacervo di forze che agiscono disordinatamente senza scopo apparente. Dallo scontro di tali forze il tutto, ed anche la vita, raggiunge un equilibrio in costante movimento. Gli elementi favorevoli al mantenimento di tale equilibrio si definiscono, con termini umani, “vantaggiosi”, quelli sfavorevoli “svantaggiosi”. Questi ultimi sono destinati a soccombere nella lotta per la vita, pur se per un certo periodo possono apparire come dominanti.

In questa ottica come dobbiamo giudicare le attività umane che distruggono ogni altra realtà vivente apparsa sul pianeta Terra?

Cancerogene, maligne. Stiamo distruggendo tutto, e l’illusione di un mondo esclusivamente artificiale è destinata a sciogliersi ben presto come neve al sole.

Inoltre la via imboccata, oltre a non avere sbocchi, ad essere un vicolo cieco, non consente neppure di tornare indietro.

Il cosiddetto progresso è un fenomeno veramente diabolico: preclude la via del ritorno.

Tanti rimpiangono i bei tempi andati, ma nessuno è in grado di riviverli. La nostra natura non ci consente più di affrontare i rigori climatici senza il conforto di una casa ben protetta e di caldi abiti. E come potremmo vivere senza corrente elettrica, senza gas, senza mezzi di comunicazione ecc. ecc.?

In un libro ancora inedito affronto proprio questo argomento, l’Impero del cancro del pianeta, ovvero quell’immensa macchina produttiva messa in piedi dall’uomo per alimentare miliardi di esseri e di macchine, tutti al servizio di sua maestà Homo sapiens.

Quando gli ingranaggi di questa macchina si incepperanno, tutta l’enorme costruzione che abbiamo realizzato crollerà come un castello di carta, come la mitica Torre di Babele.

E non potremo tornare indietro, non ne saremo capaci.

Ecco dunque come i due diversi punti di vista siano entrambi corretti e possano coesistere.

Se guardo la realtà con occhi umani, oggi e nell’immediato futuro posso godere dei privilegi che un cervello particolarmente evoluto mi ha concesso.

Se la guardo con occhi “planetari”, non posso esimermi dal paventare la catastrofe incontro alla quale passo dopo passo stiamo inevitabilmente andando incontro.

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About the Author

- Bruno Cesare Antonio Sebastiani è nato a Milano nel 1949. Si è laureato in Scienze Politiche con una tesi sull’antiurbanesimo, auto pubblicata con il titolo “Contro la città”. Ha sviluppato i suoi studi in campo sociologico e filosofico, dedicandosi in particolar modo ai problemi dell’antropologia e dell’ambiente. Lasciata la città, attualmente vive in una casa ai margini di un bosco a Calice Ligure, in provincia di Savona. Ha pubblicato presso Armando Editore “Il Cancro del Pianeta” (2017) e “Il Cancro del Pianeta Consapevole” (2018) ed ha pronta per la pubblicazione una terza opera “L’Impero del Cancro del Pianeta”. Collabora con il blog Effetto Cassandra e tiene una rubrica (“I limiti dell’intelligenza”) su Neuroscienze.net.

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