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Published On: Lun, Mag 20th, 2019

La Cattedrale e la Foresta: quello che non si può ricostruire

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Una parte di Notre-Dame è stata distrutta dal fuoco. E’ certamente un grosso guaio, però mi dispiace molto di più quando brucia una foresta, con tutti i suoi esseri senzienti. Notre-Dame è fatta di materiali inerti ed era comunque destinata a finire, prima o poi.

Una foresta è un essere senziente, che esiste da tempi lunghi; per chi non ne fosse convinto, è comunque un armonioso complesso di esseri viventi, anche collettivi.

E’ evidente quale delle due disgrazie causa in generale maggiore sofferenza.

Consideriamo la più grande foresta equatoriale della Terra, la foresta amazzonica. Fino ad alcuni decenni orsono c’erano gli indios che appartenevano a questa foresta, non viceversa. Ma stanno scomparendo entrambi, sotto la tragica avanzata del cosiddetto “sviluppo”. Questo esempio evidenzia ancora una volta l’enorme superbia della cultura occidentale, che sta invadendo tutto il mondo. E ribadisce ancora una volta il mostruoso antropocentrismo che la anima.

Notre-Dame verrà ricostruita, una foresta non potrà mai esserlo, se non in tempi lunghissimi e soltanto ad opera della Natura. Talvolta il terreno viene ridotto a laterite, buona solo a far mattoni, cioè materia inerte. Allora resterebbe perduta per tempi davvero lunghissimi.

Eppure, quanti fondi raccolti immediatamente per Notre-Dame, quanto silenzio per la distruzione della Vita nel Borneo, a Sumatra, in Amazzonia, in Siberia, in tutto il mondo. Gli oranghi, che differiscono pochissimo dagli umani, in tutti i loro aspetti anche comportamentali, soffrono e muoiono nell’indifferenza degli industrialisti-sviluppisti, talvolta verniciati di verde, con termini semi-comici come sviluppo sostenibile, green economy, economia circolare, palesemente inventati per andare avanti come prima. Non va meglio per la tigre dell’Amur, per il leopardo delle nevi, per il pangolino e tanti altri esseri senzienti.

Ma nessuna specie può essere fatta rinascere: così la biovarietà, base delle capacità omeostatiche della Terra, diminuisce di giorno in giorno.

Mi dicono che Notre-Dame rappresenta l’Occidente, che però nomina come “civiltà” solo le culture che “lasciano tracce nella storia”, le altre sono etichettate come “primitive” e costrette ad uniformarsi, per godere le gioie sublimi delle periferie urbane. Un insegnamento di una cultura nativa del Nord-America recitava: Non lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare.

In questo modo quella cultura ha resistito ed è vissuta per alcune migliaia di anni, cosa che oggi è impossibile alla civiltà industriale, per il suo insanabile contrasto con il modo di vivere del nostro Pianeta. La civiltà industriale ha potuto persistere solo per due secoli: la sua fine è ormai imminente.

Nessun processo può durare a lungo se altera in modo evidente e progressivo il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte (la Terra).

E le altre culture che hanno lasciato tracce e sono quindi riconosciute come civiltà? Ormai restano solo queste loro tracce, perché sono finite anch’esse. Sono tollerate dall’Occidente, purchè lascino solo dei “ricordi” da preservare e i loro ex-componenti attuali si uniformino ai valori della civiltà industriale e al suo delirante primato dell’economia: produrre-vendere-consumare.

© 2019, Guido Dalla Casa. All rights reserved.

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About the Author

- Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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