Published On: mer, Gen 9th, 2019

Noi nella Natura: può un “muro” valere di più della Vita?

Giro turistico abituale: Chiese, Santi e Madonne, con mille spiegazioni di dettaglio. Poi le rovine romane, che sono lì da duemila anni. Tutta materia inerte. Poi mi vengono in mente un muso e due occhietti che mi guardano da ottanta milioni di anni: sono quelli di un Lemur catta, un essere altamente senziente, in una delle foreste sopravvissute del Madagascar.

Se da un muro cade una vecchia pietra, bruciacchiata dal Vesuvio 2000 anni fa,  interviene il ministro della cultura, che deve dare spiegazioni. Se confrontiamo Pompei con qualche intero ordine di esseri viventi, vediamo che la scala dei tempi è dilatata almeno di 10.000 volte: è come confrontare un millimetro con 10 metri sull’asse orizzontale di un grafico.

La scala dei tempi è anche una scala di importanza, per la Terra, per l’Ecosistema, per noi.

Inoltre, da un lato si tratta di qualche pezzo di materia inerte, dall’altro della Vita, del diritto a vivere di tutti gli  esseri senzienti. Questo è uno dei guai della nostra civiltà, avere alterato la scala dei valori, avere dato meno importanza al vivente, alla spiritualità che si accompagna alla Vita e a tutta l’Ecosfera rispetto a qualche vecchio relitto della nostra cultura.

Le nostre povere “impronte” di alcuni anni fa valgono forse più della Vita della Terra e del Complesso dei viventi?? Monumenti, relitti, battaglie, conquiste sarebbero più importanti che conoscere come si è sviluppata la Vita in tre miliardi di anni!

Nella cultura occidentale è un valore “lasciare tracce nella storia”. In una tribù di nativi americani  veniva insegnato già ai bambini a “non lasciare tracce così profonde che il vento non le possa cancellare”, perché non si doveva alterare il mondo naturale, che era sacro. Quei nativi, dato che non lasciavano tracce nella storia, non erano considerati una “civiltà” dagli occidentali.

Che dire della religione? L’animismo è stata per millenni la visione del mondo prevalente in tante culture umane. Poi sono venute le tre religioni abramitiche: queste sono “calate nella storia”, hanno fondatori, figure umane, profeti, avvenimenti storici, libri, istituzioni.

Da un certo punto di vista, sono cominciati i guai. Con esse è arrivato un antropocentrismo mostruoso, solo l’uomo “ha l’anima”, gli altri esseri senzienti sono al suo servizio, non contano niente, perché un Dio esterno al mondo osserva, premia o punisce le azioni di una sola specie. Quando è cominciata la malattia della Terra? Duecento anni fa esistevano ancora molti popoli non industrializzati, e c’erano ancora culture animiste: infine è arrivata la globalizzazione, l’Occidente li ha fagocitati tutti, o con le lusinghe, o, più spesso, con violenza fisica e psicologica.

Nell’immaginario collettivo dell’Occidente c’è un’insanabile spaccatura nel mondo vivente: gli umani, che avrebbero una spiritualità, e gli altri esseri che sarebbero soltanto materia al servizio dell’uomo, cioè “risorse”.

L’idea di uomo, nel pensiero dell’Occidente, è costruita in contrapposizione all’idea di animale: umanità e animalità vi appaiono come termini antitetici. Ma si tratta di una contrapposizione largamente mitica e scientificamente insostenibile. Invece in una visione del mondo ispirata all’ecologia profonda, il problema della contrapposizione uomo-animali non esiste, perché l’uomo è un animale a tutti gli effetti.

Viene spontaneo chiedersi se sia più materialista una visione del mondo in cui tutto è soltanto materia inerte, tranne una sola specie “privilegiata”, o un sottofondo di pensiero in cui qualunque entità naturale evidenzia lo spirito, la mente o l’Anima del mondo.

Quando si esaminano le differenze fra umani e altri animali, di solito ci si limita a parlare di esseri senzienti a noi molto simili ma tuttora viventi. Anche così, non si trova alcuna spaccatura evidente: nel messaggio genetico, la differenza fra noi e uno scimpanzé bonobo è dell’ordine dell’uno per cento. Se poi consideriamo anche esseri del passato (Australopiteci, Homo habilis, uomo di Neanderthal, ecc.), le assurdità delle concezioni correnti diventano ancora più evidenti.

Gli altri animali soffrono, amano, sono coscienti. Qual è la facoltà che consente di attribuire dei “diritti soggettivi”? Se fosse qualche forma di coscienza o consapevolezza, non si capisce con quale logica si riconoscono diritti alle persone in coma o agli embrioni umani e non si considera degno di considerazioni morali soggettive un essere consapevole e senziente come un orango, un cane o un delfino.

E’ evidente poi che la storiella che veniva raccontata ai bambini una cinquantina di anni fa, che cioè la nostra specie “ha l’intelligenza” mentre gli animali hanno soltanto “l’istinto” è qualcosa che fa ridere, anche alla luce di studi recenti sulle emozioni, i sentimenti, il comportamento e la struttura delle società di tanti esseri viventi.

 Noi umani veniamo dall’Africa, dove vivevano gli Australopiteci, nostri antenati. Lucy, la nostra cara bisnonna, ha tre milioni di anni. Poi, dopo molto tempo, secondo idee diffuse alcuni decenni orsono, sono iniziate le migrazioni, una dopo l’altra. Ma recentemente si è dovuto riscrivere tutto, almeno secondo una corrente della scienza. Quelle migrazioni in serie verso l’Europa e l’Asia erano solo un “disperato” tentativo di ribadire l’origine unica dell’umanità, per salvare in qualche modo una tradizione culturale dell’Occidente.

Non c’è bisogno di ricorrere a tutte queste strane, ripetute migrazioni che “ripartono” dall’Africa più e più volte. Tutti questi ominidi, Primati, cioè scimmie, si mescolavano e formavano famiglie miste: noi siamo i discendenti di quasi tutti, compresi quelli già arrivati in Asia. Anche oggi, la differenza fra noi e uno scimpanzé bonobo è dell’ordine dell’uno per cento. L’unica cosa reale che avremmo dovuto imparare è che la Vita è unica, non ci sono discontinuità. In tempi recenti, l’Homo Sapiens non ha combattuto il Neanderthal e poi “ha vinto”. I geni del Neanderthal (circa l’8-10%) sono ancora dentro di noi. Sapiens e Neanderthal formavano anche famiglie miste, naturalmente qualche volta litigavano. L’umanità non ha un’origine unica, è una mescolanza come tutti gli altri esseri senzienti. Questo comporta conseguenze anche per l’etica: tutti gli esseri hanno diritto ad una vita dignitosa e autonoma.

Anche il cane non “deriva” dal lupo in modo lineare, la Vita procede per cespugli e incroci multipli, non per rami lineari. Konrad Lorenz, il famoso scienziato-filosofo che sarebbe ora di riscoprire, nel suo libro “E l’uomo incontrò il cane” afferma che il cane è derivato anche dallo sciacallo dorato e probabilmente anche da qualche altro canide. Conosciamo solo l’Unità della Vita, forse anche l’Anima del Mondo, o, se volete, la Mente Estesa di Rupert Sheldrake. Sappiamo, ma non ne siamo ancora consapevoli, che ci troviamo in un Organismo, che chiamiamo la Natura.

L’idea che il mondo è la nostra casa da tenere pulita e conservare, tanto cara all’ecologia di superficie, è completamente fuorviante, come l’idea di prendersi semplicemente cura dell’Ambiente. Ma l’ambiente di chi? Della nostra privilegiata specie?? Perfino la concezione della Madre Terra (PachaMama), che sembra tanto “ecologica”, ha creato un dualismo: la Madre è distinta dai figli, dobbiamo rispettarla ma è un’altra persona da noi. Invece oggi sappiamo che noi siamo Natura, siamo cellule, o gruppi di cellule, partecipiamo della stessa Vita, mente compresa.

La trasformazione di un ecosistema naturale in un’area industrializzata, o in un’area coltivata in modo “moderno”, consiste nel sostituire gruppi di inerti (cemento, metalli, fabbriche, impianti, ecc.) a un complesso di viventi, nel sostituire l’inorganico all’organico.

Macchine, impianti, strade, monocolture imbottite di pesticidi, al posto di foreste, paludi, savane.

C’è da chiedersi quanti si rendono veramente conto che lo sviluppo economico significa in realtà “rifare il mondo”, distruggere la Vita, cioè un Complesso di 30 milioni di specie di esseri senzienti, sostituendola con poche specie degenerate e una montagna di inerti.

Duecento anni di civiltà industriale contro tre miliardi di anni della Vita sulla Terra. Ma tutte le autorità promettono “lo sviluppo”: se non lo fanno, perdono il posto dopo pochi giorni. Dove arriva il concetto stesso di sviluppo economico, scompaiono l’equilibrio dell’animo e l’armonia del mondo.

La conclusione “olistica” che si può trarre è questa:

La civiltà industriale è fallita, perché è incompatibile con la vita della Terra, è un fenomeno impossibile, se non per tempi brevissimi, che sono quasi scaduti. Il concetto di sviluppo sostenibile, la green economy, l’economia circolare, la semplice sostituzione delle fonti energetiche e simili servono solo a prolungare di poco  i tempi e ad alimentare illusioni.

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About the Author

Guido Dalla Casa

- Guido Dalla Casa è nato nel 1936 a Bologna, dove ha frequentato il Liceo Scientifico e si è laureato in Ingegneria Elettrotecnica. Dal 1959 al 1997 ha svolto l’attività di dirigente dell’ENEL nelle aree tecnica e commerciale della distribuzione, nelle sedi di Torino, Vercelli, Milano e Brescia. Ora vive a Milano, dove fa parte del Gruppo Ecologia ed Energia dell’ALDAI. Dal 1970 circa si interessa di filosofia dell’ecologia e di filosofie orientali e native. E’ docente di Ecologia Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa di Rimini (Università di Urbino). Tiene corsi di Scienze Naturali ed Ecologia Profonda come docente volontario alla UNITRE di Saronno e in altre UNITRE dell’area milanese. Ha pubblicato alcuni libri: L’ultima scimmia (1975) per la Casa Editrice MEB, Ecologia Profonda (1996) per l’Editrice Pangea, Inversione di rotta (2008) per Il Segnalibro, L’ecologia profonda. Lineamenti per una nuova visione del mondo (2008) e Guida alla sopravvivenza (2010) per Arianna, Ambiente: Codice Rosso (2011) per l’Editrice Jouvence, oltre a numerosi articoli su varie Riviste, quasi tutti su argomenti di ecologia profonda.

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